Storie di funghi sotto i ferri (straight on till morning) **Elementi di Tenebra -"Il passato è una terra straniera"-Davanti,Sua Maestà Il Futuro(dilazioni) #"Se spezzi il nucleo dell'atomo ci troverai racchiuso il sole"# -----Guai ai Vinti------(La piccola bottega dei clangori)§§§§§§§§§§§ "Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile, fissavo vertigini"
"Nel mio paese il benessere ci ha tolto tutto. Mamma mettimi giù, delle tue carezze non ne posso più." S.B.
Adesso sei sposata, hai dei bambini e tutte quelle cose lì. So che non sei felice ma neppure infelice. So che hai un lavoro che ti piace e vuoi bene ai tuoi figli. Forse, in qualche modo contorto che io infantile come sono non posso capire, ami tuo marito. Anche se sono quasi dieci anni che non ti vedo e non ti parlo, so tutte queste cose, e penso che siano abbastanza vicine alla realtà.
Quello che non so, è cosa ricordi di noi. Se qualcosa ricordi.
Io, soprattutto, ricordo quei due giorni a capodanno. Mi ricordo il mattino presto dopo la festa quando siamo saliti a Superga per vedere l'alba ma c'era solo grigio, e siamo entrati nella basilica e io ho segnato i nostri nomi sul registro dei visitatori, ma tu non hai voluto neanche leggere cosa avevo scritto sotto. Poi ho visto che piangevi, allora non so dove ho trovato il coraggio e ti ho baciata, prima le guancie per asciugarti le lacrime e poi la bocca. Non è durato tanto, e non ha significato nulla. Ti sei voltata e sei tornata alla Ritmo e scendendo verso Torino abbiamo ascoltato Say Hello Wave Goodbye fino a casa tua, e poi ci siamo messi a letto e abbiamo dormito tutto il giorno.
La sera siamo andati a ballare in quel posto con il fumo artificiale che sapeva di fragola. Sentivo uno strano calore dentro di me, come non avevo provato mai, e anche se tu non mi amavi e io non amavo te, anche se vedevo quanto tu fossi triste, in quel momento ero felice, di una felicità che non ha ragione né radici.
E poi non c'è molto altro, non c'è stato né un prima né un dopo. Solo questo volevo sapere, tutto qui.
29 anni fa uno di questi giorni, a maggio non credo che nei dintorni di Manchester facesse così caldo come oggi. Chissà. Comunque, Ian, ci siamo già detti tutto un sacco di volte, non c'è bisogno di ripetere no?
Che mondo strano poi che è venuto fuori, dopo che te ne sei andato. Non ci crederesti. O magari sì, eri pronto al peggio, in fondo. Tutte quelle stronzate, l'ecstasy, Ibiza, i New order e gli Happy Mondays, tutto sto casino per ritrovarci con il grande fratello alle porte e il conformismo più spaventoso che il mondo moderno abbia mai conosciuto. Mi sembra che la tua morte sia stata piuttosto inutile, sai? Anche se non credo che dovesse avere una qualche utilità, un qualche esempio.
Comunque, volevo solo ringraziarti per avermi lasciato in questo mondo di bambini televisivi canterini. Grazie davvero. Buon anniversario.
Chi sono io?
Ogni discorso, ogni momento della mia giornata potrebbe iniziare con questa domanda.
Ho come l'impressione che un tempo, quando il livello della mia consapevolezza era molto più basso, avessi una probabilità ben più grande di rispondere. Sbagliando, certo, ma l'importante era la risposta. Ora vedo solo il vorticare delle cose e delle persone intorno a me. Sono molto più forte, ma la mia forza è data dalla noncuranza nei confronti di ciò che sono diventato.
La realtà, forse, è che mi sto spingendo verso il vuoto, e con me, ciò che mi circonda.
Un tempo, tutto aveva significato. Una voce, un oggetto (un oggetto qualsiasi, una tazza, ad esempio, o un registratore a bobine). Tutto aveva un significato.
Avere un significato, un senso concreto, non ha più nulla a che vedere con il contemporaneo. Il significato è moderno, non contemporaneo.
Io anche sono moderno, non contemporaneo.
Appartengo agli ultimi decenni del secolo scorso. Ma la mia condanna è che devo aggrapparmi alla vita adesso. Devo sperare di vivere il più a lungo possibile ora e qui,in questo tempo e spazio che non mi appartengono. In questo tempo e spazio in cui significato e significante si sono persi.
Così alla fine sto attaccato al mio pezzo di relitto e cerco di rimanere a galla, però in realtà, mentre parlo con voi, mentre guardo la televisione, mentre mi entusiasmo per le vacanze, mentre provo cordoglio per le vittime, sto solo pensando, quanti anni ancora mi restano da vivere senza l'Unione Sovietica, senza l'esistenzialismo, senza Alfred Hitchcock, senza le avanguardie, senza il muro di Berlino, senza la lotta partigiana, senza Kerensky, senza la primavera inoltrata che io e te camminavamo piano usciti dal cinema e poi si è messo a piovere, così. All'improvviso.
Marta metteva t-shirt con logo di strane marche, allora quasi sconosciute nella nostra piccola provincia. Ne aveva una con un roundel della Royal Air Force che ovviamente aveva riportato da qualche rave nei dintorni di Londra.
Marta non era bella ma quando ballava sembrava trasfigurarsi e allora non potevo staccare gli occhi dalle curve ipnotiche del suo corpo.
Con classica sineddoche per cui il dettaglio diventa il tutto, iniziai a trovare ogni cosa di lei adorabile.
Il suo naso "a patata", l'ovale del suo volto, gli occhi di un verde torbido, i capelli corti che si sconvolgevano mentre lei ondeggiava al ritmo della cassa. Il sudore della fatica scatenata del suo ballo.
Naturalmente Marta aveva il ragazzo, e comunque la mia conoscenza con lei era del tutto superficiale, semplice amica di amici. Inoltre già all'epoca ero troppo vecchio per intendermela con i teen agers. Il massimo che ottenni fu una chiacchierata di cinque minuti durante un concerto dei Prozac +.
Nel frattempo stavo scivolando giù per il baratro senza quasi accorgermene. Non avevo bisogno di prendere le pillole di Marta per entrare in un tunnel apparentemente senza ritorno, andavo allegramente verso la distruzione.
potevo solo guardarli mentre si alzavano in aria, uccelli da preda con un tragico destino, portati dal vento che creava nell'erba vortici e maree. ero come perso in quel mare verde al limitare del campo, toglievo il berretto e li salutavo mentre rimpicciolivano nel cielo, sagome scure sempre più lontane. poi volteggiavano e tornavano indietro, si mettevano in formazione, giravano ancora intorno all'areoporto, come a prendermi in giro, bonariamente, fratelli maggiori che schernivano il fratellino troppo piccolo per seguirli a quelle altezze vertiginose dove giocare liberamente con le correnti ascensionali.
lasciavo cadere la bicicletta e li seguivo correndo, le braccia distese come ali, la bocca che simulava il rombo profondo dei loro motori, quasi credevo che sarei riuscito a staccarmi da terra, e avrei visto la mia ombra sul terreno scorrere via, sempre più indietro, sempre più indietro.
non c'era scuola, avevo tempo per aspettare e restare disteso in quel campo a guardare le nuvole, ma anche se la scuola non fosse ricominciata, anche se fossi rimasto per sempre lì ad aspettarli, non li avrei visti ritornare mai più.
sono passati sessant'anni da allora, da tanto tempo è cessata l'attesa, eppure ancora adesso mi capita di avere questa sciocca fantasia da ragazzino, che la mia ombra si sia staccata e sia volata via nel nulla insieme a loro.
io sono quello a cui ha sempre fatto impressione il sangue se ben ricordi. quel liquido denso che non è affatto rosso come lo si descrive e che ci è così sconosciuto benché scorra appena qualche milllimetro sotto la pelle, in ogni momento, persino adesso mentre ti accarezzo e poi ti lecco e poi ti bacio.
anche chiamarlo liquido è improprio, scorre sì ma è appiccicoso, imbratta tutto e intanto se ne va e si porta via la vita. non è rosso dicevo, è scuro nerastro ributtante quando si rapprende e diventa freddo in una pozza che mi dà il voltastomaco. una volta ho visto mentre lo lavavano via da un pavimento.
invece diluito nell'acqua diventa rosa chiaro e si avvolge in spire come il fumo che viene su da una sigaretta. il gusto in bocca mi ricorda il metallo. il tuo sangue che è così forte forse perché tu sei così giovane. sto tracciando un reticolo di linee sulla tua pelle e continuo a leccare, mi rendo conto che sono troppo simili a croci per non rischiare il blasfemo ma non posso fermarmi adesso.
il caldo amplifica gli umori. un dolce profumo di sesso e sangue si sparge nella stanza. dalla strada i fari delle auto che passano illuminano a intermittenza la parete davanti al letto, il mio sguardo cade sul calendario, è il 24 giugno 1995.
sono già passati quasi sei mesi da quel sogno.
"Se tu sei il sognatore, io sarò il tuo sogno,
ma quando vorrai svegliarti, io sarò il tuo desiderio,
e crescerò in tutta la mia gloria,
e mi trasformerò nel vasto silenzio delle stelle
sopra la strana e distante città, il Tempo."
Rainer Maria Rilke
era il primo giugno del 1945 e lui si svegliò come ogni mattina della sua vita dal giorno in cui era nato, il 20 aprile del 1889. Grazie al calore dell'estate ormai prossima che già si diffondeva nell'aria, i dolori dell'artrite non erano troppo forti, eppure si sentiva stanco, depresso. forse a causa del sogno della notte prima.
aveva sognato, che il mondo era molto diverso da come lui lo conosceva. quell'esperienza onirica lo aveva proiettato in un futuro in cui lui era l'uomo più famoso del pianeta intero, eppure la cosa era tutt'altro che lusinghiera. la sua memoria, al contrario, era esecrata. Milioni di esseri umani che non l'avevano mai conosciuto pensavano a lui più come a un demone che a una creatura in carne ed ossa, realmente esistita.
ma più del modo in cui la sua figura veniva trattata, lo aveva sconvolto la visione di quel mondo. ogni speranza era sfuggita viva, la maggior parte delle persone viveva come persa in un gigantesco labirinto da cui non sapeva neppure di dover uscire. e una voce all'orecchio gli sussurrava: "tutto ciò è accaduto per colpa tua".
si era svegliato al buio e aveva annaspato cercando di accendere la luce, terrorizzato che il buio fosse pieno di demoni pronti a dilaniargli le carni. il suo respiro pesante, affannoso, era sovrastato dal rombo di un forte vento che sbatteva contro gli scuri all'esterno. le ossa dolevano, ma l'angoscia che provava era così profonda che per una volta aveva ignorato quel dolore e il sonno era di nuovo calato su di lui a chiudergli gli occhi come una spessa cortina di piombo.
l'universo era come un imbuto e in quell'imbuto scivolavano lentamente tutte le cose, un fracasso terribile quando ti passavano accanto e appena più in là già mute.
camere d'albergo con la televisione accesa e il volume al minimo, paesaggi urbani fuori dai vetri, nuvoloni carichi di pioggia, un'annunciatrice giapponese sciorinava parole che non capivi.
la guerra che ti rincorreva e ti mordeva i talloni, chiudevi la porta e ti premevi le mani contro le tempie come stessero per scoppiare.
la guerra eravate tutti voi, quel brusio insopportabile, un rumore di sottofondo di migliaia di voci, la volontà terribile e inarrestabile del mondo intero. e ti chiedevi come fosse possibile.
che tanta gente ancora volesse così tante cose, che tutti si scannassero per tutto, e tu nulla, non sentivi nulla, eri già come andata, persa, scivolavi giù per l'imbuto silenziosa anche tu.
chissà se avresti mai immaginato che sarei rimasto solo io a ricordarmi di te, perché se vogliamo tu non hai mai contato nulla per me e io nulla per te.
è stato solo un momento, come due sconosciuti che si passano accanto nel parcheggio di un supermercato, e in quel preciso momento il brusio svanisce e non c'è più.
la guerra, la gente che blatera, che sgomita per sopravvivere, che farebbe di tutto. l'amore, la collera, la voglia, la volontà. non ce n'è più bisogno.
non contano. solo i ricordi ci interessano adesso, certi suoni, certe luci, di quando eravamo più giovani, come dieci secondi fa.
"quando avevo quindici anni la domenica pomeriggio mi sembrava così malinconica, specialmente a ottobre e novembre, quando la luce iniziava a svanire ma c'era ancora il sole dietro le montagne..."
presto, quando sarò andato anch'io giù lungo l'imbuto, rimarrai solo tu a ricordare, silenziosa.
Era primavera e in primavera quel che mi viene meglio fare è perdere tempo. D'estate il caldo mi blocca, fa l'effetto di un panno passato su una lavagna piena di segni. Se ci pensate la vera fine dell'anno arriva con l'estate. Le abitudini, i programmi che guardate in tv, le amicizie invernali. Tutto spazzato via dal caldo e da quella smania di viaggiare, andare altrove chissà poi perché, forse perché abbiamo bisogno di qualcosa da rimpiangere.
Ma era primavera, e ancora potevo permettermi di perdere tempo, indugiare. Assaporavo tutto come se fosse l'ultima volta. L'annunciatrice che annunciava l'ultima puntata del mio telefilm preferito, una canzone alla radio che avevo ascoltato per tutto l'anno e che presto sarebbe stata rimpiazzata dalle hit da spiaggia, una piccola abitudine presa nei mesi freddi. Fermarsi ancora in quel bar che in settembre era sembrato una novità e bere un caffè, sapendo già che di lì a un mese sulla saracinesca abbassata a quell'ora il sole avrebbe bussato ferocemente.
Era ancora primavera, di lì a poco però sarebbe già stata estate. Perdevo tempo, ripensavo a certi volti, alcuni anche distanti nel tempo, volti che la canicola di luglio e agosto avrebbe dissolto. Pensavo a quel momento in cui si fa una cosa per l'ultima volta, senza neanche rendersi conto che sarà l'ultima.
L'ultima volta che hai parlato con una ragazza che amavi, l'ultima volta che hai ascoltato un disco che prima suonavi ogni giorno, l'ultima volta che hai preso il caffè in un certo bar dove sei andato per un anno intero. L'ultimo giorno di primavera.
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